RIFLESSIONE SULLA CALABRIA POST 4 MARZO

 

Il voto del 4 marzo non può essere facilmente posto in soffitta in attesa che si formi un qualsiasi tipo di governo (politico, tecnico o del Presidente che sia), ma va analizzato, approfondito e soprattutto compreso.

Il sistema dei partiti nati nel dopo “Mani Pulite”, dopo soli 25 anni, è definitivamente crollato, così come sono crollati gli arcaici concetti di “centrodestra” e “centrosinistra”, due categorie che appartengono ormai alla storia ed in cui la gente comune, il popolo, gli elettori non si riconoscono più.

L’area moderata che per decenni in Italia ha costituito l’ancora di salvezza e l’argine contro gli estremismi, è stata, con un semplice colpo di matita, spazzata via.

Quella “maggioranza silenziosa” è stata oggi sostituita da una “maggioranza chiassosa” che urla contro tutti e contro tutto, ma che va compresa e rispettata, soprattutto da chi, come noi, dà al popolo e al voto una sacralità e un’importanza democratica fondamentale.

Lo diciamo da tempo, purtroppo inascoltati: negli orti dei tradizionali assetti della politica, quelli degli attuali partiti, giusto per essere chiari, non cresce più nulla.

Sono orti ormai aridi!

Orti che hanno bisogno di una nuova aratura, per sostituire il terreno vecchio con quello nuovo, di un nuovo drenaggio, per bonificarli e avere nuova e vitale linfa, ed infine seminati con nuove idee, nuovi linguaggi e soprattutto nuovi progetti.

Un processo lento, che va compiuto con la saggia pazienza del contadino che sa attendere le diverse stagioni, non con le braccia conserte, ma programmando le proprie attività e mettendo in campo le puntuali fasi al fine di cogliere frutti sani dal proprio terreno.

Tutto questo in politica non può che tradursi con una sana e vivace fase di rifondazione degli assetti politici rivoluzionati dal voto del 4 marzo.

Non una semplice operazione di maquillage, dove con un po’ di fard e un tocco di rossetto si cerca di nascondere i segni indelebili del tempo.

Se questo non dovesse avvenire, è evidente a tutti che il seme della speranza, del rinnovamento e dell’innovazione, per nascere e crescere, andrebbe a germinare in terreni brulli, come quello della sofferenza dei territori.

Viviamo un momento strano, soprattutto nella nostra regione: la Calabria e i calabresi avvertono e sentono, oggi più che mai, il bisogno, la necessità oserei dire l’esigenza di riflettere e interrogarsi per comprendere come individuare una bussola e una rotta per uscire da una permanente situazione che presenta tutti i caratteri, non più episodici ma strutturali, di degrado e di crisi, economica e sociale, se non addirittura culturale.

Un bisogno che avverte ancora di più chi ha il compito di “fare rappresentanza” politica, sociale, di interessi pubblici e privati.

La delusione dei calabresi, della nostra gente, resa palese dal voto del 4 marzo, era già evidente e si concretizza quotidianamente nel distacco, nella sfiducia e nella crescente separazione con la politica e con le istituzioni.

Ed il dramma, più vero, consiste nell’assenza di risposte da parte di chi ha il dovere, il compiti e la responsabilità di governo.

Mancano i “segnali di riconciliazione”, gli unici che possono dare luogo ad una decisa inversione di rotta.

Così come manca un dialogo con l’imprenditoria, con quella parte sana della Calabria che investe e lotto ogni giorno per fare impresa. La politica deve saper guardare all’economia e non con occhio distaccato, così come deve saper parlare agli imprenditori e soprattutto ascoltare le loro esigenze che meritano attenzione e risposte.

Se, in queste condizioni, non si “combina nulla”, si rischia solamente di dare ancora più vigore a quelle “forze antisistema” che riescono a interpretare perfettamente l’umore di un popolo stanco, eppure, mai come oggi, ci sarebbero tutti gli ingredienti, gli strumenti e le opportunità per attivare un percorso di rinascita della nostra regione.

L’antidoto a questa deriva non può che essere il “confronto sul merito” dei problemi, l’abbattimento degli steccati ideologici, l’annullamento dei nocivi quanto inutili campanilismi.

La Calabria deve, finalmente e una volta per tutte, affrontare il tema della separazione delle due coste, che procedono a velocità totalmente invertite.

L’alta velocità del tirreno viene annullata dal freno a mano tirato della costa ionica.

Ed è proprio la “questione ionica” il maggiore blocco al salto di qualità di questa regione.

Quando una macchina ha ingranaggi che girano a velocità diverse, il motore rischia solamente di andare fuori giri, senza generare quelle prestazioni che gli consentirebbero di gareggiare alla pari con i concorrenti.

Questo è un tema che non può più essere tralasciato, abbandonato in un cassetto a prendere polvere, ma va definitivamente affrontato, discusso e risolto.

Così come va affrontato, discusso e risolto, il ruolo dell’Area Centro Calabria, che deve ritrovare in Catanzaro quel cardine di sviluppo, culturale, politico, economico e amministrativo che serva da volano di sviluppo anche per le aree di Crotone e di Vibo.

Non possiamo più permetterci in Calabria, una isterica dicotomia nord-sud che nulla di buono ha generato in questi anni.

Un sistema sbilanciato in cui a ridursi, sempre di più, in tutti gli indicatori, è quella fascia centrale che invece dovrebbe ricoprire il delicato incarico di raccordo e coordinamento di tutte le dinamiche regionali.

La sfida è lanciata.

L’obiettivo è chiaro: costruire la “prossima Calabria”.

Ora dobbiamo solo vedere chi vorrà partecipare al confronto, chi porterà idee sane, chi si farà rappresentante degli interessi delle nostre comunità.